Humanities

STEFANIA BASILISCO

Stefania Basilisco

Stefania Basilisco (Italian Ministry of Justice)

Since 2009, Stefania Basilisco has been an official of the Italian Ministry of Justice, Department of the Penitentiary Administration, where she specializes in prison, re-education and criminological policies. Her main tasks include the rehabilitation of prisoners while they serve their sentences. She coaches penitentiary staff, collaborates on national and international research groups working on the re-socialization of prisoners and their treatment within the prison. Since 2012, she has been collaborating with the University of Florence (Italy) as a member of an international research group on the treatment, rehabilitation and defense of human rights of the prison population. She has a Master’s degree in Criminology, Psychopathology and Forensic Sciences from the LUMSA University of Rome. She has published articles on the treatment of inmates within the penitentiary with a focus on different categories of offenders. A member in good standing of the Italian Society of Criminology, she participated in the Congress of 2019 with a study on the narratives of the offenders and imprisonment created and disseminated by the penitentiary institution. She is a member of the National Association of Treatment Officers (ANFT) of the Department of Prison Administration of the Ministry of Justice.


ABSTRACT:

Il carcere e la detenzione in Italia tra sovraffollamento, pandemia, luoghi comuni ed invarianza: l’irrisolta questione della finalità rieducativa della pena.

L’esplosione della pandemia da Covid 19, il decreto Legge del Presidente del Consiglio, le rivolte nelle carceri italiane, le polemiche sull’uscita dal carcere di alcuni boss mafiosi per i discussi provvedimenti della magistratura, innescano ancora una volta una narrazione del carcere oscura, inquietante e soprattutto irrisolta, tuttora legata all’immagine elefantiaca e all’eredità culturale pesante dell’istituzione totale di goffmaniana memoria.

L’atavico sovraffollamento delle strutture detentive, già sanzionato dalle autorità internazionali, sembra più vistoso al tempo del Corona virus e, proprio in questi giorni, il Ministero di Giustizia ha avviato la Commissione per l’architettura penitenziaria sulla base della considerazione che i luoghi della pena debbano essere coerenti con l’idea della rieducazione.

“Sul carcere quasi tutto è stato detto di quel che si poteva fare e quasi nulla è stato fatto di quel che si poteva fare” (E. Fassone, Carcere e criminalità. Il cittadino interroga le prigioni, 1976). Perché il carcere è difficile ed è un male. Questo atteggiamento culturale influenza anche il livello ‘governativo’ ed impedisce ogni vera riforma mentre la ripetizione di luoghi comuni, nel dibattito pubblico, alimenta l’immutabilità del sistema. Così che parlare oggi di pena rieducativa appare una banalità che spesso non si ha la volontà di implementare.

Nel mio contributo rifletterò sulle possibilità di uscita dal paradigma dell’istituzione totale e sulla necessità di fondarne di nuovi. Una prospettiva di significato, in qualche modo veicolata anche dall’attuale condizione scatenata dalla pandemia da Covid 19, è quella della community e della educational community.